Capanna Regina Margherita 4554 metri

Capanna Regina Margherita 4554 metri

Ci sono obiettivi che nascono quasi per gioco e altri che, giorno dopo giorno, diventano una promessa fatta a sé stessi.

La salita alla Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa, apparteneva alla seconda categoria.

Per mesi mi sono preparato senza parlarne troppo. Chi mi segue ha visto gli allenamenti, le escursioni sul Monte Rama, Punta Martin, le sedute in palestra, gli esercizi di respirazione e il lavoro sul mental training. In molti mi chiedevano quale fosse il mio obiettivo. Ho preferito non dirlo.

Non perché fosse un segreto.

Semplicemente perché non sapevo se sarei riuscito a raggiungerlo.

L’alta montagna non concede nulla. Non basta essere allenati. Non basta avere esperienza. Oltre i 4000 metri entrano in gioco variabili che nessuno può controllare completamente: il meteo, le condizioni del ghiacciaio, il mal di montagna e la capacità di prendere decisioni corrette quando la fatica si fa sentire.

 

L’inizio dell’avventura

La nostra avventura inizia domenica pomeriggio con destinazione Gressoney.

Con me ci sono tre compagne di viaggio straordinarie: Valeria, Valentina e Federica. Ad attenderci il mattino seguente c’è Alessandro, la nostra guida alpina, anche lui genovese.

Dopo il controllo dell’attrezzatura e un breve briefing saliamo con gli impianti fino a Punta Indren, a 3275 metri.

Da quel momento la montagna prende il comando.

Lasciamo alle spalle gli impianti e iniziamo la salita verso il Rifugio Gnifetti, a 3647 metri.

Il percorso attraversa il ghiacciaio e costeggia il Rifugio Mantova, offrendo panorami spettacolari che fanno già intuire la grandiosità del massiccio del Monte Rosa.

La quota, però, inizia già a farsi sentire.

La sera al rifugio si cena presto.

Alle 18:45 siamo già a tavola.

La notte è breve e il sonno leggero. Dormire oltre i 3600 metri non è semplice.

La sveglia suona nel cuore della notte..

Fuori è ancora buio.

La salita nel cuore della notte

Indossiamo casco, imbragatura, ramponi e frontale.

Ci leghiamo in cordata.

Davanti a noi si apre il ghiacciaio del Lys.

Le luci delle frontali disegnano una sottile linea luminosa sulla neve mentre il gruppo avanza lentamente.

In alta montagna non vince chi va più veloce.

Vince chi trova il proprio ritmo.

La prima parte della salita attraversa una vasta zona ricca di crepacci. Alcuni sono ben visibili, altri sono nascosti dai ponti di neve, che durante la notte sono relativamente stabili ma con il passare delle ore diventano sempre più delicati a causa dell’aumento delle temperature.

Per questo ogni passo viene eseguito con attenzione.

Ogni movimento viene condiviso con la cordata.

Ogni decisione viene presa con lucidità.

Superata quota 4000 metri il corpo inizia a lavorare in un ambiente completamente diverso.

L’ossigeno diminuisce.

Il respiro cambia.

La frequenza dei passi rallenta.

Ed entra in scena uno degli aspetti più imprevedibili dell’alta quota: il mal di montagna.

Non esiste allenamento che possa garantire di evitarlo.

Può colpire chiunque.

L’unica strategia è ascoltare il proprio corpo, rispettare i propri limiti e affidarsi all’esperienza della guida.

Il Colle del Lys e il Cristo delle Vette

Raggiungiamo il Colle del Lys, a circa 4248 metri.

Da qui il panorama è semplicemente straordinario.

Poco oltre passiamo nei pressi del Balmenhorn, dove il celebre Cristo delle Vette sembra osservare in silenzio il passaggio delle cordate.

Sono immagini che difficilmente si dimenticano.

La montagna qui assume una dimensione diversa.

Ogni rumore scompare.

Rimane solo il respiro.

E il rumore dei ramponi sulla neve.

Gli ultimi metri

Superato il Colle Gnifetti, intorno ai 4450 metri, inizia il pendio finale.

Sulla carta sembrano pochi metri.

In realtà, a quella quota, ogni passo richiede concentrazione, energia e volontà.

Poi, finalmente, appare lei.

La Capanna Regina Margherita.

4554 metri.

Il rifugio più alto d’Europa.

Un luogo simbolico per ogni appassionato di montagna.

L’emozione è difficile da descrivere.

La fatica lascia spazio alla soddisfazione.

La promessa fatta mesi prima è stata mantenuta.

Dalla vetta lo sguardo abbraccia alcune delle montagne più alte delle Alpi: Punta Dufour, Nordend, Zumsteinspitze, Ludwigshöhe e molte altre vette che superano i 4000 metri.

È uno spettacolo che ripaga ogni sacrificio.

La vetta non è la fine

Chi non frequenta la montagna pensa spesso che il momento più difficile sia arrivare in cima.

In realtà non è così.

La vetta rappresenta soltanto metà dell’impresa.

Bisogna ripartire in tempo.

Con il sole i ponti di neve iniziano rapidamente a perdere consistenza.

La stanchezza aumenta.

L’altitudine continua a farsi sentire.

Ed è proprio quando l’obiettivo è stato raggiunto che diventa fondamentale mantenere alta la concentrazione.

Perché la montagna si rispetta fino all’ultimo passo.

La vera vittoria non è arrivare in cima.

La vera vittoria è tornare tutti insieme.

Le lezioni della montagna

Ogni esperienza lascia qualcosa.

Questa mi ha ricordato, ancora una volta, che i grandi obiettivi seguono sempre lo stesso percorso.

Serve un obiettivo chiaro.

Serve una promessa fatta a sé stessi.

Serve preparazione.

Servono gli strumenti giusti.

Serve l’umiltà di affidarsi a chi ha più esperienza.

Servono persone con cui condividere il cammino.

 

E infine serve passare all’azione.

Un passo dopo l’altro.

È così che si raggiungono le vette.

Quelle delle montagne.

E quelle della vita.

Grazie

Questa esperienza non sarebbe stata la stessa senza le persone con cui l’ho condivisa.

Grazie a Valeria, Valentina e Federica, compagne di viaggio straordinarie.

Grazie ad Alessandro, guida alpina competente, attenta e sempre presente nei momenti che contano.

E grazie al Monte Rosa.

Perché ogni montagna, se affrontata con rispetto, riesce sempre a insegnare qualcosa.

E forse è proprio questo il regalo più bello che ci riporta a valle: non una vetta conquistata, ma una persona migliore rispetto a quella che era partita.